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Premiata Sartoria Semprini
Forse aveva ragione la Egle, era meglio venderlo il negozio. Ma la Egle non c'era più e il negozio era ancora lì, sempre più piccolo e sempre meno pieno. Di stoffe, di vestiti e anche di clienti. Nello Semprini guardava il manichino vuoto, il bancone con fili e bottoni a vista, i pantaloni appesi alle pareti. La vetrina da rifare in vista della Pasqua, della nuova stagione. Polvere no, non ce n'era. Veniva sempre la Norina durante l'inverno a cucire qualcosa e già che c'era un colpo di straccio non si scordava di darlo. Eppure nel '57 era stata una buona idea quella di aprire una sartoria al mare e cominciare a vendere, oltre a stoffe e merceria, anche vestiti già fatti. Certo, lui stava a Bellariva, ma era un sarto famoso, una volta venivano da Bologna a farsi fare i completi su misura. Avvocati, professori, signorine che studiavano. E le sartine? Cucivano a casa, andava il garzone a portare i pantaloni da finire, le giacche da imbastire, le gonne da tagliare. Lui, Nello, le vedeva solo a fine mese. In fondo aveva aiutato tanto famiglie a tirare avanti. Certo, non era stato facile aprire il negozio al mare e neppure sposarsi. Lui era solo, il babbo e la mamma se n'erano andati presto. E fare il sarto sulla passeggiata era un'idea che aveva avuto senza chiedere consigli: qualche risparmio, tante cambiali e olio di gomito. Ma aveva avuto fortuna. Aveva imparato a vestire i signori sin da bambino. E il giorno dell'inaugurazione c'erano tutti, quelli di Bellariva, ma anche quelli del Ghetto Turco. La ciambella, il vino di San Savino e anche il Bianco Sarti. Era una sartoria moderna, non voleva badare a spese. Aveva trent'anni e di ragazze ne aveva viste poche. La povera mamma, sul letto di morte, gli aveva raccomandato di sposarsi. C'era la Nina che andava a trovarlo con sua cugina. Ma nell'estate del '61 aveva già pagato molti debiti, aveva sette sartine a cottimo e aveva deciso di farsi crescere i baffi. Due baffi da uomo con i quali guardava le straniere che venivano in negozio. Era stata un'estate che calata la serranda si andava in balera e si rimediava meglio di questi play-boy moderni che stanno sui giornali. Poi aveva conosciuto la Egle che veniva da Stoccolma ed è rimasta incinta al bagno 107. Lo zio Gianni era comunista, ma su certe cose aveva le idee precise: "Adesso la sposi. In chiesa. E per fortuna che mia sorella non vede che ti metti in casa una valchiria". I vestiti per il matrimonio erano i più belli che avesse mai confezionato (bisognava anche fare pubblicità al negozio ora che metteva su famiglia) e alla messa c'erano tutte le sartine, anche la Nina e sua cugina che si vedeva che non erano molto d'accordo. E che vergogna in chiesa quando il prete l'aveva chiamato Nullo, com'era il suo nome vero, e lui alla Egle non aveva avuto mai il coraggio di dirglielo.
"Scusi, c'è un negozio di vestiti da queste parti?" Nello alzò lo sguardo per vedere chi lo stava prendendo per il sedere. Ma vide che la signora lo guardava seria: "Intendevo vestiti per giovani, sa è per mio figlio..." E già perché adesso i giovani vogliono le maglie con su scritto Nike, le tute fluorescenti, i blue jeans firmati, mica i pantaloni di gabardine o i completi di lino. Eh sì, il suo negozio andava venduto quand'era ora. Adesso anche i signori mettono le magliette. E il suo vanto erano sempre stati i tessuti veri, mica la roba del mercato. Un anno era andato in treno a Grignasco, lontano, in Piemonte, si cambiava a Bologna, a Milano e a Novara. Ma lì facevano le stoffe dei signori e lui le aveva portate a Rimini prima dei sarti del centro. Se l'era prese le sue soddisfazioni. Anche quando la Egle aveva imparato a fare la piada dalla Norina. E mica ci credevano che aveva cucinato lei il giorno del battesimo di Luigi. Era nato solo lui dal matrimonio. Ma non gli piacevano i vestiti, le stoffe, i tessuti... Eh, Luigi... sospirò Nello Semprini guardando le forbici da sarto e sentendole affondare nei ricordi: l'avevamo fatto studiare da dottore così poteva fare il dentista che si guadagna bene. O il chirurgo che magari la Egle la salvava. Invece no, prima diceva che dava gli esami, poi non tornava più a casa. Allora gli ho detto che doveva lavorare, che gli lasciavo anche il negozio, che lo potevo fare entrare in banca. Lui no, gli piaceva fare lo scrittore, andava al Carlino anche la domenica. Ho dovuto parlare con tanti dei miei clienti di Bologna perché si sistemasse. Io di favori non ne avevo mai chiesti e così l'han preso a Ferrara. E non si è mica sposato. Non viene mai in negozio. E quando la Egle è stata male l'ha vista solo al funerale.
E io che non ci credevo che il mio negozio - un negozio di moda - sarebbe passato di moda così in fretta. La Egle lo diceva: "Guarda che c'è l'Omnia, guarda che c'è la Standa". Ma lì mica li trovi i vestiti su misura, le stoffe di Grignasco. Avevo anche comprato le macchine da cucire a tutte le sartine. Neanche quell'Armani faceva i pantaloni come l'Alba. E le ragazze che venivano a scegliere i fiocchi e i bottoni? E le bambine che piangevano davanti ai cappellini che poi il babbo li comprava sempre?
E adesso? Guarda lì che vanno al mare a vendere i vestiti tutti ammassati nel cellophane, neanche li stirano. E la Egle che se n'è andata quando si pensava che si poteva chiedere la pensione. E io che volevo portarla in crociera, se l'era meritata dopo tanti anni di sacrifici. "Signor Semprini, non è niente. Non si preoccupi. È un male che oggi si cura. Basta asportare lo stomaco..." Io l'ho chiesto al dottore cosa voleva dire asportare perché credevo di non aver capito bene. E lui m'ha fatto fare la figura da ignorante e mi ha detto: "vuol dire portar via". E che non lo sapevo. Intanto il dottore s'è portato via lei, mica lo stomaco. Noi che avevamo l'unica sartoria balneare. Un negozio per signori. E adesso mi chiedono dove si comprano i vestiti...
Avrei voluto vederle 'ste sciacquette in minigonna, quando è venuto Pertini che gli si era scucita la giacca. Non è venuto proprio lui, ma sono arrivati con due macchine perché in città doveva inaugurare il monumento ai partigiani. E non sono andati dai sarti del centro. Sono venuti da me. E io gli ho cucito la giacca - una giacca da signore - che gli ha anche portato fortuna. Dopo l'han fatto presidente.
Però dovevo capire che il negozio era da vendere, quando Luigi, mio figlio, mi ha fatto l'intervista sui mestieri di una volta. Dice che adesso i vestiti li fanno i cinesi. E io, non li ho sempre fatti bene? Su misura, accontentando tutti i clienti. Nessuno mi ha mai portato indietro un vestito.
Ma adesso che la Egle se n'è andata anche il negozio non è più quello di prima. Ci sono dei magazzini sulla statale che vendono tutto alla metà. Ma una volta quando a ottobre si chiudeva il negozio e si lasciava solo la sartoria, si scriveva "saldi" e c'era la fila dalle otto del mattino per entrare. Io sono stato come il prete: li ho sposati tutti. Anche a rate lunghe. Dai frati o nella parrocchiale sono andati tutti all'altare con i miei abiti. Dicono che c'è la crisi per le botteghe perché ci sono i negri e gli abusivi a vendere in spiaggia. Ma la mia non è mica una bottega. E poi voglio vederli i negri a fare un doppiopetto. No, è che la gente non capisce più dov'è il bello. Spendono i milioni per un Rolex e poi lo portano con le camicie di viscosa. E io che sono sempre stato socialista perché volevo che i contadini e gli operai potessero avere tutti un Principe di Galles per andare al ristorante la domenica...
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