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Via Filippo Turati 16/A
Non c'è il pomeriggio d'inverno. Perché sia pomeriggio serve la luce. Qui alle due è già buio. Eppure fingo di amare questo luogo, di viverci bene. Ci sono capitato. Cercavo me stesso in uno di quei momenti in cui, nel passaggio tra un'età e un'altra, si sente il bisogno di rivedere tutto della propria vita. E io di bisogni in realtà ne avevo uno solo: fare l'amore con la voracità dei vent'anni, con il profumo inebriante e sudato di pelli giovani, capelli intrisi di sudori evocativi, occhi spalancati di desiderio. Pelurie, umori, unghie che scavano in orgasmi ripetuti: carne, tenera, piacevole, sconvolgente. Non l'ho mai detto a nessuno. E tantomeno a nessuna. Una volta sì, ci ho provato, ma il rifiuto è stato cocente al punto da ricacciarmi negli abissi della mia timidezza. Così ho continuato a masturbare i miei pensieri con l'imperizia tipica dell'adolescenza: il lavoro, i soldi, la casa, la famiglia, i figli...
Sono arrivato in questo lembo di nostalgia attratto dai ricordi, da quando qui non ero solo. La casa chiusa, cadente, umida, per me odorava della complicità erotica di un corpo femminile. Sì, era quello di Mirka, perché lei era qui. Adesso frammenti d'intonaco mostrano le pietre della costruzione antica e nell'orto crescono solo erbacce. All'angolo della casa si è seccato - o quasi - il torrente destinato alla pesca delle piccole trote di ruscello. Non c'è più Buck che abbaia al mio avvicinarmi alla svolta del viottolo che conduce dal numero 16 al 16/a. È silenzio intorno: il silenzio di chi se n'è andato cercando luoghi migliori e qui non ha lasciato rimpianti, ricordi e altri accessori. Ci sono tornato a questa casa d'intonaco rosa e di sasso nascosto, dopo un convegno. Anzi, un seminario sulla professione. Ho guardato facce, scambiato parole, sorrisi (pochi), silenzi. E di fronte al cicaleccio ridondante di chi ha qualcosa da dirsi, qualcosa per riconoscersi, ho deciso che sarei tornato qui, nella provincia più spopolata (e meno assolata) d'Italia. In realtà avrei voluto scopare. Con chiunque me ne avesse dato occasione. Invece l'auto mi ha condotto con sé lungo i cinquecentotrentasette chilometri che mi separavano da qui. Ricordo le fitte di dolore al ricordo di Mirka accucciata con un sorriso ironico nel centro del letto la sera che abbiamo giocato coi fiammiferi. Guarda che bel falò casalingo. Guarda i colori della notte che si rispecchiano sulle lenzuola come l'incendio di un canyon americano... Cazzo Mirka, apri la finestra, stiamo soffocando... A fuoco il letto con l'odore acre e pungente dei piccoli incendi domestici. E io svanito, in balia di quell'allegria, di quella voglia di vivere, amare (lottare?) che io non avevo, ma Mirka sì. Stava per andare a fuoco la casa, ma lei rideva con denti contagiosi, bacianti con il solo luccichio e saltava, quasi bambina, per la gioia dello scampato pericolo... Poi quelle mani penetranti, ritmate, crescenti in una sinfonia dei corpi, cambiavano l'odore degli umori, mescolando sesso e fumo, scampato pericolo e felicità. Lampi d'ebrezza di vita. Avevamo il mondo tra le mani e ci serviva un nulla per tenerlo stretto.
Così di fronte ai ricordi ingialliti di via Filippo Turati non ho potuto non credere che la mia felicità fosse rimasta lì: dietro la porta sprangata del numero 16/a. Così adesso ci abito, solo e disoccupato. Cupo, ma cocciutamente convinto che lì debba stare, in qualche cassetto, la mia vita. O meglio questa smania di vivere e di non vivere che somatizzo (bella parola vero?) con sudori e deliri mentre schizzo i colori diliuti degli acquarelli su tele che valgono soldi. Tutti quelli che mi danno per queste spettacolari porcherie che piacciono - chissà poi perché? - e ogni tanto qualcuno viene a comprare. Campo di questo. Io che non ho mai guardato un quadro in vita mia. Eppure so che di qui dovrei partire. Trovare la spinta per aprire la porta e respirare l'aria pungente del pomeriggio di novembre. C'è da cogliere la montagna che si fa inverno. E poi mi piacerebbe uscire, andare al bar, fare la spesa, telefonare. Magari ai miei figli, magari sapere come stanno, magari sono cresciuti...
Non c'è nulla - nulla di nulla - che mi impedisce di uscire. La gente intorno non si occupa di me (o almeno non lo fa in modo che me ne accorga). Ho le gambe, so parlare, non sono malato... Non mi manca niente e niente mi impedisce di realizzare questi desideri. Eppure la porta non si apre. Non si può aprire. L'aprirei se Mirka entrasse sorridendo e mi si buttasse addosso facendomi barcollare sotto il peso del desiderio. Ma non ho più nulla per essere desiderato. Tutto se ne è andato a poco a poco, senza neppure avvisare. Ho smesso una mattina di uscire a comprare il giornale, ho smesso di parlare, di avere voglia di aprire gli occhi, di ascoltare il rumore del vento... Ma non è successo niente. Niente che mi abbia ferito, niente. A casa, quella mia, quella vera, quella dove vivono Elena e i bambini, non ci sono più tornato. Senza motivo, volevo solo stare qui. Con il lavoro ho chiuso con una transazione accettabile, tra l'incomprensione generale. Ma neppure io ho compreso o comprendo cosa possa essermi accaduto. È successo e basta. Ho - credo, o almeno ho avuto - tante persone che mi vogliono bene. Mi hanno anche cercato, a lungo. Sono fortunato in un mondo dove la fortuna è rara. Eppure qui non ho portato libri, foto, oggetti. Nulla. Solo i pennelli e le tele. E i colori. Cose che non ho mai amato. Nemmeno Mirka l'ho amata, né Elena, né... Semplicemente non ero capace di nulla oltre a vivere del loro entusiasmo. Mi sono sentito, a lungo, sempre, lo specchio a cui era sufficiente l'immagine riflessa della loro allegria. Oggi a pensarci vorrei piangere, ma neppure quello mi riesce mentre salgo e scendo le scale di questa casa dove non accendo il camino pur desiderandolo molto. Forse sarebbe bastato quella sera trovare qualcuna disposta a dividere con me - in un letto - quell'ansia che mi divorava oltre ogni misura. Ma non c'era. E se ci fosse stata sarebbe accaduto un altro giorno. O sarei finito in un'altra casa di ricordi. Ho provato anche con dio qualche volta. Mi avevano detto che funziona. E per qualcuno è anche vero. Ma non per me. Eccomi qui allora ad aspettare che torni Mirka (o chi per lei) spalancando la porta e succhiandomi forte il collo per riaccendere una fiamma in grado di ridarmi almeno la forza di andare al bar. A far colazione. Lo so, lo so bene - un po' ho vissuto - che è solo una questione di forza, di volontà. Che basta provarci. Ma per me è impossibile. Ho passato ore e ore e giorni incollato a guardare la porta, in piedi, con già il cappotto indosso. La morte? Certo, ho pensato anche a quella immaginando lettere d'addio (qualcuna l'ho anche scritta) e sistemi - ora dolorosi, ora dolci - per porre fine a questo tempo che scorre così, senza che nessuno glielo abbia chiesto. Non è che non ho avuto il coraggio, o che ho avuto paura. Semplicemente non l'ho fatto. Forse non sto così male. No, non sto male. Non sono malato. È che qui non c'è mai pomeriggio in inverno e intorno... E intorno è tanto che non esco più. No, mi creda, non è per cattiveria che non la faccio entrare. Che le racconto queste cose così, sulla porta. Anche per i quadri faccio così. È che non saprei dove metterla e lei penserebbe che vivo nella sporcizia, nella puzza, nella miseria. No, non sono povero, è che non serve. Come non serve che lei mi spieghi che dove andremo sarò trattato bene. Tutti mi hanno sempre trattato bene. Non è per questo che sono qui. No, non vorrei acconsentire a farmi prendere cura di me, non vorrei proprio dottore.
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